Nasce Convivere Emilia-Romagna, la risposta cooperativa all’emergenza casa

È stato costituito il 2 febbraio il consorzio “Convivere Emilia-Romagna”, la risposta cooperativa all’emergenza casa e alle nuove sfide dell’abitare condiviso. Obiettivo di Convivere, la cui nascita è stata promossa da Legacoop Emilia-Romagna, è di offrire alloggi a canoni sostenibili e rafforzare il mutualismo abitativo attraverso la rigenerazione urbana e i servizi alla persona. 

Le dieci cooperative fondatrici hanno sede a Bologna, Imola, Rimini, Modena, Ferrara, Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Entro giugno 2026 è previsto il completamento della compagine sociale, con l’adesione delle altre sei cooperative di abitanti aderenti a Legacoop Emilia-Romagna.

Il presidente di Convivere Emilia-Romagna è Mirco Mongardi, della cooperativa Aurora Seconda di Imola; i vicepresidenti sono Andrea Prampolini, direttore di Abitcoop di Modena (in rappresentanza delle cooperative divise) e Fabio Garagnani, presidente della cooperativa Dozza di Bologna (in rappresentanza delle cooperative indivise).

Il consorzio opererà in un contesto regionale segnato da una crescente pressione abitativa, dove oltre 64.000 famiglie sono alla ricerca di alloggi a canoni calmierati e i costi della locazione nelle grandi città hanno subito impennate fino al 200%. L’attività del Consorzio sarà focalizzata sulla realizzazione di interventi nell’ambito dell’abitazione a proprietà divisa e indivisa, con una particolare attenzione alla rigenerazione urbana senza consumo di suolo e al recupero di immobili pubblici o sottoutilizzati. Tra le finalità figurano l’assegnazione di alloggi a canone sociale destinati a fasce deboli e la fornitura di servizi alle cooperative associate. 

Legacoop Emilia-Romagna ha supportato anche la nascita di Cooliving Coop, una cooperativa con sede a Rimini e che ha ottenuto l’iscrizione al registro delle startup innovative. Il modello di Cooliving rappresenta un’evoluzione del mutualismo abitativo, ponendo la comunità e la persona al centro del progetto per rispondere alla domanda di alloggi temporanei a costi sostenibili. Il modello si basa sulla creazione di spazi residenziali orientati alla generazione di relazioni umane, dove la dimensione privata (60% dell’immobile) si integra con ampie aree collettive (20%), zone di coworking (10%) e servizi dedicati sia ai soci che al territorio (10%). Destinata a un target variegato che include giovani under 40, “city users”, nomadi digitali e senior autosufficienti, la proposta offre un canone “all-inclusive” (alloggio, utenze e servizi) con un obiettivo di costo sociale di circa 600 euro al mese. La gestione è caratterizzata da una forte componente tecnologica — con l’uso di Intelligenza Artificiale e sistemi IoT per l’ottimizzazione energetica — e dalla figura centrale del Community Manager, incaricato di facilitare la partecipazione attiva e il mutualismo interno alla comunità.

“La nascita di Convivere Emilia-Romagna risponde alla necessità non più rinviabile di integrare le forze del comparto cooperativo dell’abitare – spiega Barbara Lepri, direttrice di Legacoop Emilia-Romagna e referente regionale di Legacoop Abitanti”
La cooperazione di abitanti, che in Emilia-Romagna rappresenta oltre 80.000 soci, con un patrimonio netto di 1,9 miliardi e 2,4 miliardi di valore immobiliare, attraverso le competenze acquisite in oltre un secolo di storia, si propone con uno strumento integrato finalizzato ad affiancare imprese e Comuni per costruire una visione di abitare attrattiva e sostenibile per famiglie, lavoratori, giovani e senior”.

 

“Imprese recuperate e imprese cooperative”: Bologna riflette sui workers buyout

Il 6 febbraio 2026 si terrà presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche “A. Cicu” dell’Università di Bologna il workshop Imprese recuperate e imprese cooperative – Analisi e riflessioni
Si tratta di un’iniziativa che si inserisce in un contesto economico e industriale in cui il Workers Buyout (WBO) emerge sempre più come strumento strutturale di politica industriale, non come soluzione residuale alle crisi. E rappresenta un interessante modello che, partendo dalla crisi o dall’assenza di successori, consente ai lavoratori di rilevare e rigenerare l’attività attraverso forme cooperative democratiche.

Il Workers Buyout in Italia rappresenta un modello strutturato di rigenerazione d’impresa, sostenuto da un impianto normativo, finanziario e cooperativo tra i più avanzati in Europa.
Lo conferma lo studio “ESF+ Study on Workers’ Buyout – Italy. Country Report” (aprile 2025), realizzato nell’ambito del programma fi-compass con il supporto della Commissione Europea e della Banca Europea per gli Investimenti, e curato da un consorzio di ricerca che include l’ Area Studi Legacoop, con il contributo diretto di Andrea Cori.
Il rapporto si inserisce in un’analisi comparata europea (Italia, Francia, Spagna e Slovenia) con un obiettivo chiaro: rafforzare la capacità delle autorità pubbliche di utilizzare le risorse ESF+ a sostegno dei Workers Buyout.

Un fenomeno di lunga durata, non marginale

Dal 1985, anno di introduzione della Legge Marcora, in Italia sono stati mappati 342 Workers Buyout, che hanno coinvolto oltre 10.000 lavoratrici e lavoratori.
Secondo il database Areastudi Legacoop richiamato dal rapporto:

  • circa il 38% dei WBO risulta ancora attivo,

  • con una vita media di 18 anni per le cooperative nate prima della riforma del 2001,

  • e un tasso di sopravvivenza che sale al 71% per quelle costituite dopo la riforma.

La distribuzione territoriale mostra una forte concentrazione nel Centro-Nord, in particolare in Emilia-Romagna, Marche e Umbria, mentre il Mezzogiorno – pur presentando maggiore fragilità occupazionale – resta sottorappresentato.

Settori, dimensioni e caratteristiche

Oltre l’80% dei WBO italiani opera nel manifatturiero, soprattutto nei comparti del Made in Italy (ceramica, meccanica, cavi industriali, agroalimentare), con una prevalenza di PMI sotto i 100 milioni di euro di fatturato.
Il tratto distintivo non è il settore in sé, ma:

  • l’elevato know-how dei lavoratori,

  • il radicamento territoriale,

  • la possibilità di riconvertire competenze esistenti in governance cooperativa.

In Italia, i WBO assumono esclusivamente forma cooperativa, con modelli di gestione democratica (una testa, un voto) e una combinazione di capitale dei soci lavoratori, fondi mutualistici e finanza pubblica.

Un ecosistema finanziario unico in Europa

Il rapporto ESF+ descrive un sistema articolato di sostegno:

Tra il 2011 e il 2022, CFI ha sostenuto 92 operazioni di WBO, investendo 45,9 milioni di euro.
Un’analisi di impatto citata nel rapporto mostra che 33 WBO finanziati con 6,3 milioni di euro di risorse pubbliche hanno generato 144 milioni di euro di entrate fiscali in dieci anni, con un ritorno per la finanza pubblica pari a 23 volte l’investimento iniziale.

Casi studio: Greslab, Italcables, Birrificio Messina

Il rapporto approfondisce tre casi emblematici:

  • Greslab (Emilia-Romagna), ceramica conto terzi nel distretto di Sassuolo, oggi con oltre 20 milioni di euro di fatturato e occupazione in crescita;

  • Italcables (Campania), manifattura pesante, 32 milioni di euro di fatturato e 57 addetti, esempio di WBO possibile anche in settori capital-intensivi;

  • Birrificio Messina (Sicilia), caso di rigenerazione industriale e comunitaria, con forte coinvolgimento territoriale e crescita costante.

Tre storie diverse, una lezione comune: la cooperazione dei lavoratori può essere economicamente solida, socialmente radicata e industrialmente credibile.

I nodi aperti e le policy raccomandate

Accanto ai punti di forza, lo studio individua criticità strutturali:

  • difficoltà di accesso al credito fuori dal circuito cooperativo,

  • mancanza di risorse dedicate agli studi di fattibilità,

  • limiti della Legge Marcora, ancora troppo legata alla sola crisi d’impresa.

Tra le raccomandazioni principali:

  • estendere il WBO anche ai passaggi generazionali,

  • utilizzare in modo più sistematico ESF+ per strumenti finanziari e assistenza tecnica,

  • combinare prestiti, garanzie e grant,

  • rafforzare il ruolo di InvestEU ed EIF per attrarre capitali privati.

Una traiettoria chiara

Il Rapporto ESF+ consegna un messaggio netto:
in Italia il Workers Buyout non è un esperimento, ma una politica industriale cooperativa già funzionante, che può essere scalata, migliorata e orientata alle transizioni giuste.

A condizione di fare ciò che la cooperazione sa fare meglio: organizzare competenze, condividere rischio, costruire futuro.

Professione cooperatore: dalla “classe disagiata” alla comunità organizzata

Il 28 gennaio 2026, a Roma, Legacoop Lazio promuove una giornata di confronto dal titolo esplicito:
Professione Cooperatore. Forum dei professionisti in cooperativa.
Un appuntamento che intercetta una trasformazione profonda del lavoro contemporaneo e pone una domanda che non è più rinviabile: la cooperazione può tornare a essere una forma pienamente attuale di organizzazione del lavoro professionale e della conoscenza?

Il titolo dell’iniziativa richiama una parola antica e sorprendentemente attuale: Beruf.
In Max Weber, Beruf indica insieme professione e vocazione: il lavoro come scelta di senso, come responsabilità sociale, come collocazione consapevole dentro un orizzonte collettivo. Una categoria che oggi torna utile per leggere un presente in cui il lavoro tende invece a frammentarsi, individualizzarsi e precarizzarsi.

Il disagio, infatti, non riguarda più soltanto i mondi tradizionali della fatica materiale. Coinvolge sempre più ciò che Marx avrebbe chiamato general intellect: lavoratori e lavoratrici della conoscenza sociale, culturale, ambientale, tecnologica e artistica. Un fronte ampio ed eterogeneo, destinato ad allargarsi ulteriormente con la diffusione dell’intelligenza artificiale.

In questo quadro, le analisi di Raffaele Alberto Ventura offrono strumenti interpretativi particolarmente efficaci. In Teoria della classe disagiata e nel più recente La conquista dell’infelicità, Ventura mostra come una parte crescente di persone competenti, istruite e spesso creative viva una condizione di fragilità non per carenze individuali, ma per effetto di assetti sociali che hanno dissolto le forme collettive di protezione, riconoscimento e organizzazione del lavoro. Come l’autore ribadisce anche in diverse interviste, la promessa di autorealizzazione individuale ha finito per sostituire strutture condivise, lasciando molti soli di fronte a problemi estremamente concreti: reddito, stabilità, tempo di vita, possibilità di progettare il futuro.

Se questa è la diagnosi, allora la questione non è solo comprendere il disagio, ma ricostruire forme collettive capaci di trasformarlo in organizzazione, lavoro e futuro condiviso. È qui che la cooperazione mostra tutta la sua attualità: non come risposta ideologica, ma come infrastruttura economica e sociale concreta. Oggi questo accade quando scrittori, traduttori, giornalisti, ricercatori, programmatori, progettisti digitali e artisti di ogni genere scelgono di associarsi in cooperative di lavoro; quando nelle periferie urbane o nelle aree montane nascono cooperative di comunità che tengono insieme servizi essenziali, cultura e presidio territoriale; quando cittadini e produttori sperimentano forme di Comunità a Supporto dell’Agricoltura (CSA); quando imprese in crisi vengono salvate dai lavoratori attraverso operazioni di Workers Buyout; quando prendono forma neomutualismi inediti, capaci di rispondere a bisogni nuovi con strumenti cooperativi adattati al presente.

In tutti questi casi, non si tratta di nostalgia né di ritorni al passato. Si tratta di moltitudini che costruiscono nuove forme del fare, rimettendo al centro il fattore CO-: necessario per re-imparare a coordinarsi, collaborare, cooperare in fondo per coesistere in modo dignitoso e sostenibile.
Forse è tempo di smettere di inseguire ossessivamente la “realizzazione di sé” come individui isolati e di tornare a pensare alla
realizzazione di noi stessi come comunità di pratica capace di agire insieme. E poi magari fondare una cooperativa che è innanzitutto la forma di impresa che una comunità si dà e non un business plan che talvolta si accorge di avere una comunità.

Non serve lamentarsi per un tempo perduto che non tornerà.
Serve organizzarsi per ridiventare comunità.
La cooperazione è quella tecnologia appropriata sia economica che sociale e ambientale che può fare la sua parte. 

Cesare Maltoni e la “buona ossessione” della prevenzione

L’Istituto Ramazzini promuove il 22 gennaio prossimo una serata pubblica di approfondimento e memoria a 25 anni dalla scomparsa di Cesare Maltoni, pioniere della prevenzione oncologica e della ricerca indipendente sui rischi cancerogeni.

Interverranno:

  • Matteo Lepore, Sindaco di Bologna

  • Massimo Fabi, Assessore regionale alle politiche per la Salute

  • Gianluca Farinelli, Direttore Cineteca Bologna – Lumière

🎬 A seguire, proiezione del film “Vivere che rischio” di Michele Mellara e Alessandro Rossi, dedicato alla figura e all’eredità scientifica di Maltoni.

👉 Iscrizioni qui

A venticinque anni dalla scomparsa di Cesare Maltoni, parlare di lui non è un gesto commemorativo: è un modo per misurare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo. E per ricordare che la prevenzione, quando è presa sul serio, non è una campagna: è un’infrastruttura sociale.

Un’idea semplice, quasi rivoluzionaria

Nelle pagine introduttive del volumetto Cesare Maltoni, cancerologo (a cura di Beppe Ramina), firmate da Simone Gamberini e Pier Paolo Busi, emerge un tratto netto: Maltoni non considerava la salute un affare privato, né un tema da consegnare ai soli specialisti. Era convinto che ogni uomo e ogni donna potessero e dovessero avere un ruolo attivo nella salvaguardia della propria salute e dell’ambiente.

È un’impostazione “moderna” anche oggi. Forse soprattutto oggi, quando l’informazione sanitaria è abbondante ma la responsabilità collettiva sembra spesso in carenza di scorte.

Prevenzione: organizzare, pianificare, coinvolgere

Maltoni fu, come lo descrivono, un organizzatore instancabile nella lotta contro il cancro. Non si limitò a studiare: impostò e pianificò sistemi di prevenzione basati su screening di massa per la diagnosi precoce.
Due numeri citati nel testo rendono l’idea della scala (e del coraggio amministrativo e culturale):

  • Pap test (1966): circa 260.000 donne bolognesi coinvolte

  • Diagnosi precoce tumori della mammella (1969): oltre 130.000 donne coinvolte

Sono cifre che raccontano una visione: la prevenzione come bene pubblico, non come servizio “per chi se lo può permettere”.

Un “professorone” in mezzo alle persone

Il ritratto che esce da quelle pagine è anche sorprendentemente concreto. Maltoni non era un’autorità distante: stava “in mezzo alla gente”, arrivava a usare il megafono nei campi per convincere le “zdàure” a fare gli esami, si batteva contro l’amianto insieme agli operai delle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie di Bologna.
E poi tornava in laboratorio, al Castello di Bentivoglio, fino a tardi. La prevenzione, per lui, non era un capitolo del manuale: era una pratica quotidiana, persino testarda.

L’“anomalia” Ramazzini: una cooperativa della scienza

Un punto decisivo, oggi, è comprendere l’originalità dell’esperienza Ramazzini: una cooperativa che sostiene e pratica ricerca indipendente sui rischi cancerogeni.
Non è un dettaglio organizzativo: è una scelta di campo. Significa difendere la libertà della ricerca, mantenere il baricentro sull’interesse generale, rendere la conoscenza un bene condiviso.

La cura della salute e la cura della tavola

Il libricino ha anche un’appendice inattesa e rivelatrice: ricette di cucina di Maltoni, “deliziose”, tratte dai suoi appunti nel corso degli anni. Non è folklore. È coerenza: la salute non è mai disgiunta dalla qualità della vita, dalla cura, dall’attenzione.
In tempi di estremismi alimentari e di scorciatoie miracolistiche, questa normalità consapevole suona quasi sovversiva: mangiare bene, vivere bene, prevenire meglio. (E sì: senza bisogno di colpevolizzare nessuno, che è già un vantaggio competitivo.)

Perché ricordarlo adesso

Ricordare Maltoni serve a rimettere al centro una domanda semplice: la prevenzione è un costo o un investimento?
Se guardiamo alla sua vita e all’esperienza Ramazzini, la risposta è fin troppo chiara: la prevenzione è la forma più concreta di futuro.

Nota
Il volume Cesare Maltoni, cancerologo (a cura di Beppe Ramina) è disponibile nella biblioteca della Fondazione Barberini alla collocazione CE A 00 03621.

Memento cooperari semper

Il riconoscimento delle Nazioni Unite alla cooperazione – con l’istituzionalizzazione dell’Anno Internazionale ogni dieci anni – va preso sul serio. Ma non frainteso.
Non è una medaglia. È, semmai, un promemoria: la cooperazione viene riconosciuta quando fa ciò che la politica arriva a riconoscere solo dopo. Lo ha fatto sempre e praticamente in ogni settore economico fino ad inventarne di inediti come la Cooperazione sociale nata in Italia nel 1972 con quella Cooperativa lavoratori uniti Franco Basaglia che anticipò di 20 anni la legislazione sulla cooperazione sociale.

Letto così, l’invito ONU non chiama in causa solo i governi. Chiama in causa il movimento cooperativo stesso a “fare la Cooperazione”. Di nuovo. Prima.

Cosa significa, concretamente? Vediamolo a mo’ di esempi su tre terreni di azione possibile:

  1. Quadri giuridici e normativi
    Non aspettare norme migliori, ma produrre pratiche migliori: regole interne solide, standard condivisi e magari distintivi (vogliamo definire una metrica di mutualismo?), forme avanzate di autogoverno: in fondo il 4° principio cooperativo prescrive “autonomia e indipendenza”, che vuol dire riconoscere la centralità della base sociale. Riconoscere che la cooperativa è prima di tutto una comunità che si dà un’impresa, non un’impresa che ogni tanto si ricorda di avere una comunità.
  2. Accesso digitale ampliato
    Il digitale non va subito, va governato: piattaforme cooperative, infrastrutture comuni, competenze distribuite, cooperative di dati a finalità pubblica. La cooperazione non ha bisogno di rincorrere le tecnologie, ma ha il dovere di organizzarle come beni comuni.
  3. Ricerca, dati, consapevolezza pubblica
    Se i dati mancano, si costruiscono. Se la narrazione è debole, si riscrive. Archivi, ricerca, osservatori, comunicazione, editoria. Perché si sa: chi non produce conoscenza su di sé, finisce per essere raccontato da altri.

Il punto di sintesi in fondo è semplice:
la cooperazione non cresce perché è riconosciuta.
È riconosciuta perché cresce prima.

Se vuole essere all’altezza del prossimo decennio, deve continuare a fare esattamente questo: leggere i bisogni, organizzare la domanda e produrre soluzioni per costruire futuro e giustizia sociale, climatica e intergenerazionale. Come sempre insieme.

Maggiori dettagli sul riconoscimento dell’ONU li trovate sul sito dell’ICA

Liberi di non essere liberi?

Il 17 dicembre la Fondazione Barberini ospita un incontro promosso dall’associazione il manifesto in rete dal titolo Liberi di non essere liberi?  dedicato alle trasformazioni della libertà nell’epoca dei nuovi poteri globali. Un tema che, inutile negarlo, interpella direttamente la qualità della nostra democrazia.

Protagonisti della serata saranno Marco D’Eramo e Nadia Urbinati, che – coordinati da Sergio Caserta – dialogheranno a partire dal libro Dominio. Un testo che mette a nudo quella curiosa forma di pudore che oggi ci fa esitare perfino a nominare il “capitalismo”, parola che — scrive D’Eramo — suscita “un certo disagio” e fa apparire chi la pronuncia come un “dinosauro” fuori dal galateo contemporaneo

Ma l’autore ci avverte: senza un vero “ottimismo della ragione” rischiamo di “alzare bandiera bianca” davanti ai dominanti, fingendo che l’ordine esistente sia naturale, inevitabile, persino desiderabile 
Ed è qui che la serata promette di diventare preziosa: restituire parole e strumenti per leggere il dominio, smascherarne gli eufemismi — “tecnologia di potere”, li definisce D’Eramo — e aprire spazi in cui la libertà non sia una semplice formula retorica.

Un invito a pensare, discutere, dissentire.

📅 Mercoledì 17 dicembre 2025
Ore 17:30
📍 Fondazione Barberini, Via Mentana 2 – Bologna


I vincitori della terza edizione del Premio Calanchi Turrini – Premiare il pensiero per allenare il futuro.

Ieri sera, al Teatro Testoni, si è svolta la cerimonia di consegna della terza edizione del Premio Luciano Calanchi e Adriano Turrini per la cultura cooperativa, promosso da Legacoop Bologna, Fondazione Barberini e Fondazione Unipolis, con il patrocinio di Comune e Città Metropolitana di Bologna, Regione Emilia-Romagna e Università di Bologna. Una serata intensa, chiusa con la messa in scena de L’Indispensabile, la nuova produzione de La Baracca – Testoni Ragazzi.

Il premio, dedicato a due figure che hanno rappresentato la cooperazione come pratica quotidiana di democrazia, sostiene giovani studiosi capaci di interrogare il presente e, soprattutto, ciò che ci ostiniamo a chiamare futuro.

I vincitori 2025
La commissione ha assegnato i tre riconoscimenti, per complessivi 23.000 euro, a lavori che affrontano nodi cruciali del nostro tempo: sostenibilità ambientale, piattaforme digitali e natura del lavoro cooperativo.
Sono stati premiati:

  • Francesca Gabbriellini (Unibo)Emilia verde. La cooperazione di consumo e le sfide della questione ambientale (1983-1996)
    Un’analisi storica che mostra come l’impegno ecologico cooperativo fosse tutt’altro che un vezzo “di moda”.

  • Laura Eccher (GSSI)Intercooperation versus Scaling: Rethinking Mushrooming in the Cooperative Movement through Digital Platforms
    Una ricerca che esplora la crescita delle piattaforme cooperative attraverso l’intercooperazione internazionale.

  • Tommaso Malpensa (Unibo)Il concetto di mutualismo e il trattamento economico del socio lavoratore di cooperativa
    Uno studio che restituisce attualità alla capacità del modello cooperativo di proporre un’idea di lavoro dignitosa e non subordinata agli algoritmi.

Un’eredità viva
Come ha ricordato la presidente di Legacoop Bologna, Rita Ghedini, i lavori premiati «non sono semplici esercizi accademici, ma strumenti per leggere i punti ciechi della contemporaneità».
Un modo concreto per mantenere vivo l’insegnamento di Luciano Calanchi e Adriano Turrini, cooperatori che hanno sempre guardato avanti senza perdere radici e senso del limite.

Una serata che ha premiato idee, studio, dedizione e guidata da una certa ostinazione cooperativa che crede  ancora che con il sapere condiviso si possa ancora cambiare un po’ di mondo.

L’Indispensabile & l’assegnazione del Premio Calanchi e Turrini

Una serata speciale tutta dedicata alla cultura cooperativa e alla creatività teatrale

Il 10 dicembre il Teatro Testoni Ragazzi ospiterà L’Indispensabile, spettacolo originale de La Baracca – Testoni Ragazzi, scritto e diretto da Gabriele Marchioni ed Enrico Montalbani e voluto da Legacoop Bologna per chiudere con questo ultimo importante evento il ricco percorso svolto lungo l’anno per ricordare l’80° anniversario di Legacoop.

Attraverso i protagonisti EMME ed ELLE, la rappresentazione affronta i temi del successo, dei bisogni individuali e delle responsabilità condivise, interrogando il valore della collettività e la possibilità di costruire un sogno comune.

L’evento sarà inoltre l’occasione per assegnare i riconoscimenti ai vincitori della 3° Edizione del Premio Calanchi–Turrini, promossa da Legacoop Bologna, Fondazione Ivano Barberini e Fondazione Unipolis, con il patrocinio di Comune di Bologna, Città Metropolitana di Bologna, Regione Emilia-Romagna e Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

IL DOPPIO APPUNTAMENTO È A INGRESSO GRATUITO | POSTI LIMITATI CON REGISTRAZIONE OBBLIGATORIA


È possibile prenotare la partecipazione fino ad esaurimento posti attraverso il form dedicato. Nei giorni precedenti all’evento verrà inviata una mail di conferma necessaria per accedere all’iniziativa.

📅 10 dicembre 2025, ore 20.30
📍 Teatro Testoni Ragazzi, via Giacomo Matteotti 16 – Bologna
👉 Registrazione obbligatoria: https://forms.gle/Vk36wMyc23mXVR1i9

Per informazioni: eventi@legacoop.bologna.itpremiocalanchiturrini@fondazionebarberini.it

Presentazione del libro Litalia a cura di Ivano Artioli

Il Novecento è stato un secolo breve solo per gli storici più acuti. Per l’Italia, invece, è stato un tornante decisivo: fascismo, guerre, la nascita della Repubblica e infine la costruzione di uno Stato di diritto che avrebbe dato spina dorsale alla democrazia contemporanea. A riannodare questi passaggi, anche attraverso storie minori che illuminano l’insieme, arriva il volume Litalia, curato da Ivano Artioli.

Dentro le pieghe della storia — quelle che spesso sfuggono ai manuali ma non all’attenzione dei cittadini più curiosi — emergono racconti che contribuiscono a definire un’identità collettiva: del Paese, delle comunità, e di quell’Italia che ha attraversato il secolo breve senza mai avere l’impressione che fosse davvero “breve”.

Durante l’incontro, il curatore Ivano Artioli, storico, scrittore ed ex presidente ANPI della Provincia di Ravenna, dialogherà con Enrico Verdolini e Lorena Cerasi. A moderare la conversazione sarà Tito Menzani.

Un appuntamento che inserisce memoria civile e riflessione storica all’interno del percorso “Dal 1945 all’articolo 45 della Costituzione”, dove la cultura democratica incontra — finalmente senza imbarazzi — il valore sociale del lavoro e della cooperazione.

📅 9 dicembre 2025, ore 17.30
📍 Sala Conferenze Fondazione Ivano Barberini – Via Mentana 2, Bologna

Proiezione del film L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo

La Fondazione Barberini, insieme alla Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna e al Circolo Cooperatori, propone un nuovo appuntamento dedicato alla memoria antifascista e al ruolo — spesso decisivo, benché ancora poco riconosciuto — delle donne nella Resistenza.

Il 2 dicembre alle ore 17.30 sarà proiettato L’Agnese va a morire (1976), la trasposizione cinematografica del romanzo di Renata Viganò, figura centrale della cultura resistenziale emiliano-romagnola. Il film racconta il percorso di consapevolezza civile di Agnese, lavandaia della pianura romagnola, che dopo l’8 settembre entra nella rete clandestina dei partigiani, diventando staffetta tra gli argini della Valle di Comacchio e dei paesi limitrofi.
Un itinerario umano che mostra senza sconti la durezza della lotta antifascista, ma anche la forza delle comunità e delle scelte solidali capaci di cambiare i destini individuali e collettivi. Una storia che parla al presente, ricordandoci — con garbo e determinazione — che la libertà non è mai un affare esclusivamente maschile né un prodotto industriale da dare per scontato.

L’iniziativa si inserisce nel percorso “Dal 1945 all’articolo 45 della Costituzione”, che indaga il nesso tra memoria resistenziale, lavoro cooperativo e democrazia economica.

📅 2 dicembre 2025, ore 17.30
📍 Sala Conferenze Fondazione Ivano Barberini – Via Mentana 2, Bologna