Al via la quarta edizione del Premio Luciano Calanchi e Adriano Turrini per la cultura cooperativa

Sono aperte fino all’8 novembre 2026 le candidature alla nuova edizione del Premio promosso da Legacoop Bologna, Fondazione Ivano Barberini e Fondazione Unipolis per valorizzare tesi magistrali, tesi di dottorato e studi comparati sui temi della cooperazione.

Il Premio nasce per ricordare due figure fondamentali della storia cooperativa bolognese e nazionale: Luciano Calanchi e Adriano Turrini, cooperatori che hanno interpretato l’impresa cooperativa non solo come forma economica, ma come progetto sociale, culturale e democratico. Un modo, il migliore forse, per custodirne la memoria mentre ci si mette al lavoro per il futuro.

L’edizione 2026 prevede tre riconoscimenti:

Premio Tesi Magistrale: 3.000 euro lordi
Premio Tesi di Dottorato: 5.000 euro lordi
Premio Studi comparati in materia di cooperazione: 10.000 euro lordi, incrementabili di ulteriori 5.000 euro nel caso sia previsto un periodo di soggiorno all’estero per lo svolgimento della ricerca.

Il Premio è rivolto a neolaureatə magistrali, laureandə e dottorandə delle Università italiane che abbiano sviluppato elaborati dedicati alla cooperazione, al mutualismo, al neomutualismo, alle forme organizzative cooperative e alle sfide contemporanee della cultura cooperativa.

Non sono previsti vincoli disciplinari rigidi: saranno presi in considerazione contributi di carattere storico, economico, giuridico, sociologico, pedagogico, ma anche ricerche afferenti alle digital humanities, alle trasformazioni digitali, alla transizione giusta, all’Agenda 2030, alla finanza d’impatto e alle nuove forme di cooperazione tra cittadini, lavoratori, imprese, istituzioni e comunità.

Le candidature dovranno essere inviate entro l’8 novembre 2026 all’indirizzo:
premiocalanchiturrini@fondazionebarberini.it

Tutte le informazioni sulle modalità di partecipazione sono disponibili nel Bando integrale Premio Calanchi Turrini edizione 2026.

Digital Humanities – Storia dei consumi

Che impatto ha avuto la cooperazione di consumo sulla vita degli italiani?

La domanda può sembrare un po’ laterale. Forse persino impertinente. Ma a noi piace pensare che senza la Coop Italia, e senza le migliaia di ore dedicate negli anni all’educazione al consumo, in Italia avremmo probabilmente avuto più disinformazione alimentare, più consumo inconsapevole, forse anche più obesità.

E se l’impatto non è solo ciò che si misura domani mattina, ma anche ciò che cambia lentamente i comportamenti, le abitudini, la salute, le culture familiari e collettive, allora possiamo dire che la cooperazione di consumo italiana ha prodotto un grande impatto sociale. Anche quando non lo chiamavamo ancora così. Anche quando non c’erano dashboard, KPI e inglesismi assortiti a certificare l’esistenza del mondo.

Mercoledì 24 giugno 2026, alle 9.30, in Fondazione Ivano Barberini Barberini, presenteremo il progetto:

Digital Humanities. Storia dei consumi

Cooperazione, donne, welfare e ambiente

Un progetto di cui Fondazione Barberini è capofila, insieme a Hibou, Indici Opponibili e Doc Creativity Soc Coop, con il partner scientifico SPGI dell’Università di Padova.

Al centro c’è una domanda importante: come raccontare, studiare e rendere accessibile la storia sociale dei consumi attraverso strumenti digitali, piattaforme e linguaggi interattivi?

Ma soprattutto: come riconoscere che il consumo non è mai solo un fatto privato, né solo economico? È cultura materiale, educazione, welfare, ambiente, ruolo delle donne, trasformazione dei territori, democrazia quotidiana.

Nel corso della mattinata presenteremo il progetto “Anni spesi bene. Le italiane e gli italiani alla Coop”, con interventi dedicati a digitalizzazione, piattaforme, gaming e storia sociale dei consumi.

A seguire, dalle 11.30 alle 12.30, sarà presentato anche il libro di Silvia Pizzirani, Il consumo è una cosa seria.

Perché sì: il consumo è una cosa seria.

E proprio per questo non può essere lasciato solo al mercato, alla pubblicità o all’algoritmo del “ti potrebbe interessare anche”.

📍 Mercoledì 24 giugno 2026, ore 9.30

Sala Convegni Fondazione Barberini

Via Mentana 2, Bologna

Torna il MUEC, il Master universitario in Economia della Cooperazione

Attivata la nuova edizione del percorso promosso dall’Università di Bologna con il supporto di AICCON, dell’Alleanza delle Cooperative Italiane e delle centrali cooperative. Fondazione Barberini collabora a sostegno della didattica e della ricerca.

È stata attivata la nuova edizione del Master Universitario in Economia della Cooperazione – MUEC, percorso di primo livello proposto congiuntamente dai Dipartimenti di Scienze Economiche e di Scienze Aziendali dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, presso il Campus di Bologna. Il Master è attivato con il supporto di AICCON ed è promosso e sostenuto dall’Alleanza delle Cooperative Italiane e dalle tre organizzazioni che la compongono: AGCI, Confcooperative e Legacoop.

Anche Fondazione Ivano Barberini collabora all’iniziativa, a sostegno della didattica e della ricerca. È una partecipazione che sentiamo particolarmente coerente con la nostra missione: custodire, studiare e rendere viva la cultura cooperativa, perché la memoria non resti un deposito ordinato di cose passate, ma diventi materia utile per formare competenze, visione e responsabilità.

Il MUEC rappresenta da anni uno dei percorsi più importanti per chi vuole comprendere in profondità l’impresa cooperativa: la sua storia, la sua forma giuridica, i suoi modelli di governance, le sue strategie, la sua capacità di innovazione e il suo contributo allo sviluppo sostenibile.

Il percorso formativo, diretto dal prof. Flavio Delbono, ha durata annuale e prevede attività didattiche in aula, tirocinio curriculare presso imprese, strutture territoriali o servizi del movimento cooperativo e una fase autunnale conclusiva. Per gli studenti lavoratori è previsto un project work sostitutivo dello stage.

Le domande di partecipazione alla selezione possono essere presentate online fino al 4 dicembre 2026. La selezione è prevista per il 12 dicembre 2026, mentre l’inizio delle lezioni è programmato per venerdì 22 gennaio 2027. Il percorso si svolgerà a Bologna, con lezioni il venerdì e il sabato mattina.
Tutti i dettagli e le info sono su: https://master.unibo.it/muec/it

CoopsDay 2026: la pace come compito cooperativo

Il 4 luglio la Giornata internazionale delle cooperative sarà dedicata al tema “Cooperatives for a Peaceful World”. Un ritorno alle radici della cooperazione e al pensiero di Ivano Barberini.

L’International Cooperative Alliance ha indicato il tema della prossima Giornata internazionale delle cooperative — #CoopsDay2026 — che quest’anno si celebrerà sabato 4 luglio: “Cooperatives for a Peaceful World”, le cooperative per un mondo di pace.

Non è un tema che la cooperazione scopre oggi, magari sull’onda dei tanti conflitti aperti nel mondo. È, piuttosto, un ritorno a casa.

La cooperazione porta infatti nella propria storia una postura di pace: pace come pratica concreta di relazione, ascolto, democrazia economica, riconoscimento delle ragioni degli altri.

Una vocazione antica, che attraversa la storia del movimento cooperativo e che fu colta anche da Lev Tolstoj, nella sua lettera sulla cooperazione del 1909, dove riconosceva nel movimento cooperativo una forza sociale capace di costruire sviluppo umano, legami e convivenza.

Per Fondazione Ivano Barberini questo tema è particolarmente caro perché profondamente radicato nel pensiero di Ivano Barberini. Nel 2008, l’anno prima della sua prematura scomparsa, in occasione del conferimento del Sigillum Magnum da parte dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Barberini pronunciò parole che oggi suonano forse ancora più necessarie di allora:

“La diffusione di una cultura di cooperazione, a livello globale, alimenta la comprensione delle ragioni degli altri e la voglia di pace”.

In questa frase c’è una parte decisiva della sua eredità civile e cooperativa. La pace non viene trattata come un auspicio generico, ma come il risultato di una cultura: una cultura capace di educare alla comprensione, alla reciprocità, alla responsabilità condivisa.

Per questo il tema del CoopsDay 2026 parla direttamente anche alla missione della Fondazione: custodire la memoria cooperativa non per conservarla sotto vetro, ma per renderla utile al presente e al futuro. La memoria, quando è viva, non è un archivio fermo: è una risorsa per orientarsi nei tempi difficili. E i tempi, oggi,  non stanno certo lesinando difficoltà.

Il CoopsDay accompagna la storia del movimento cooperativo internazionale dal 1923 e dal 1995 è riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite. Nel 2026, il tema scelto dall’ICA invita le cooperative di tutto il mondo a raccontare il proprio contributo alla costruzione di società più inclusive, giuste e pacifiche.

Le parole di Barberini campeggiano oggi anche nella home page di Fondazione PICO, il Digital Innovation Hub di Legacoop. Una scelta che sembra ricordare quanto sia decisivo il rapporto tra pace e tecnologia.

La tecnologia, infatti, non è mai neutra come spesso si tende a raccontare nei convegni con poca coscienza storica. Può essere orientata a colpire, sorvegliare, escludere, uccidere. Oppure può essere usata per includere, proteggere, curare, connettere.

Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, per i dati, per i droni, per le infrastrutture digitali. Possono diventare strumenti di dominio oppure dispositivi di cura. Possono aumentare le disuguaglianze oppure contribuire a ridurre divari territoriali, sociali, generazionali.

Un esempio concreto arriva da Firmamento Technologies, cooperativa aderente a Legacoop Liguria, che con il progetto H.A.L.E. sta sviluppando un velivolo a energia solare pensato come “satellite locale” per le aree interne: uno strumento capace di offrire servizi di copertura digitale, dati ambientali, monitoraggio degli incendi, supporto all’agricoltura, telemedicina e comunicazioni di emergenza nei territori isolati.

Ecco perché parlare di cooperative per un mondo di pace significa scegliere da che parte orientare economia, innovazione e tecnologia.

Perché la pace, come la cooperazione, non si dichiara soltanto.

Si organizza.

Cooperative AI: esplorare l’intelligenza artificiale in chiave cooperativa

Giovedì 4 giugno, dalle 9.30 alle 17.15, Fondazione Ivano Barberini ospita una giornata di confronto su educazione, etica, democrazia e impatto sociale nell’uso dell’AI.

Sviluppare un’intelligenza artificiale capace di mettere al centro cooperazione, governance democratica e impatto sociale. È questo l’obiettivo di “Cooperative AI – Per un’intelligenza artificiale cooperativa tra educazione, etica e democrazia”, l’incontro che si terrà giovedì 4 giugno, dalle 9.30 alle 17.15, presso la sede di Fondazione Ivano Barberini, in via Mentana 2 a Bologna.

L’appuntamento nasce per affrontare una delle questioni più urgenti del nostro tempo: non solo come usare l’intelligenza artificiale nei contesti cooperativi, ma come portare dentro lo sviluppo dell’AI principi cooperativi, responsabilità sociale, partecipazione e produzione condivisa di valore.
Nel corso della mattinata saranno presentati i risultati di una ricerca dedicata a mappare modalità, strumenti e pratiche di utilizzo dell’intelligenza artificiale già presenti nelle realtà cooperative. A seguire, esperti nazionali e internazionali si confronteranno sulle nuove interconnessioni tra università, impresa cooperativa e tecnologie digitali.

Il pomeriggio sarà invece dedicato a tavoli di lavoro con partecipanti provenienti dal mondo universitario e cooperativo. L’obiettivo sarà costruire una definizione condivisa di Cooperative AI, valutare possibili applicazioni nei diversi contesti organizzativi e gettare le basi per una futura comunità di pratica e sviluppo.

L’incontro è rivolto a operatori e operatrici, professionisti, cooperative e realtà interessate a comprendere come orientare l’innovazione digitale in modo utile, accessibile e coerente con i valori della cooperazione.

“Cooperative AI” è organizzato da AlmaVicoo, Fondazione PICO, Coo.de, Indicoo e Open Formazione, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna.

La partecipazione è gratuita, con registrazione obbligatoria fino a esaurimento posti.

Programma completo e iscrizioni:
https://coode.it/cooperative-ai/


Le donne al voto: un trekking archivistico tra carte e immagini

12 maggio: giornata dedicata agli archivi come luoghi vivi di conoscenza, educazione e memoria attiva questo .

Si comincia al mattino, a Palazzo d’Accursio, con il seminario “Imparare l’archivio / imparare in archivio”, che celebra i 25 anni di Quante storie nella Storia e mette al centro il valore della didattica e dell’educazione al patrimonio archivistico.

Nel pomeriggio, poi, la memoria si mette letteralmente in cammino — che agli archivi fa anche bene, ogni tanto — con il trekking archivistico “Le colonie estive”, un itinerario tra Palazzo d’Accursio, Centro Italiano Femminile e Fondazione Ivano Barberini, per riscoprire storie sociali, educative e cooperative della città.

Qui sotto i dettagli della giornata! (scaricabile qui)

L’alba dentro l’imbrunire: workshop sulle comunità energetiche cooperative

A Bologna un confronto su scenari, alleanze e strumenti per far crescere una nuova generazione di cooperative energetiche

In un tempo segnato da crisi climatiche, energetiche, geopolitiche e sociali, parlare di “alba dentro l’imbrunire” può sembrare una formula azzardata. Eppure il titolo del workshop in programma martedì 9 giugno 2026,  a partire dalle ore 14.30, nella sede di Fondazione Ivano Barberini, in via Mentana 2 a Bologna, indica con precisione il senso dell’incontro: riconoscere il buio delle grandi crisi senza rinunciare a organizzare gli spiragli di futuro.

L’alba evocata è quella delle Comunità Energetiche Rinnovabili e di una nuova stagione della cooperazione energetica: non solo innovazione tecnica, ma possibilità concreta di trasformare la transizione in partecipazione, i consumatori in soggetti attivi, l’energia in bene condiviso, i territori in comunità capaci di costruire futuro.

Il workshop, intitolato “L’alba dentro l’imbrunire. Dal crepuscolo dell’energia centralizzata all’energia condivisa delle comunità energetiche”, nasce con l’obiettivo di contribuire a far crescere una nuova genia di cooperative capaci di operare nella transizione energetica con competenze tecniche, solidità economica, radicamento territoriale e governance democratica.

Ad aprire i lavori saranno Roberto Lippi, direttore della Fondazione Barberini e Simone Gamberini, presidente di Legacoop. Il cuore dell’iniziativa sarà affidato a due panel pensati per restituire la ricchezza e la complessità del tema attraverso una vera polifonia di voci: ricerca, finanza etica, rappresentanza sociale, istituzioni, movimento cooperativo, università e competenze operative.

Il primo panel, “Scenari & visioni”, metterà a fuoco il quadro strategico della transizione energetica e il ruolo che la cooperazione può svolgere nel superamento dei modelli centralizzati. Interverranno Paola Bellotti di Coopfond, Sergio Oliviero del Politecnico di Torino, Paolo Pirani del CNEL, Francesca Ottolenghi di Legacoop e Serena Rugiero della Fondazione Di Vittorio. Modera Giorgio Nanni, dell’Ufficio Ambiente-Energia di Legacoop.

Il secondo panel, “Alleanze e strumenti per una transizione giusta”, entrerà nel terreno delle condizioni concrete: finanza, lavoro, progettazione, competenze, modelli organizzativi e strumenti cooperativi. Ne discuteranno Paolo Vierucci di Banca Etica, Simona Fabiani della CGIL, Chiara Franceschini di Innovacoop, Marco Raugi dell’Università di Pisa e Gabriella De Maio dell’Università di Napoli Federico II. Modera Bibi Bellini, Open Innovation Manager della Fondazione Barberini.

Ogni panel terrà conto delle istanze che emergeranno dal forum territoriale delle CER che si terrà presso la Fondazione nella mattina e prevederà interventi dal pubblico formato anche da rappresentanti delle comunità energetiche, aderenti e non a Legacoop, per favorire anche qui il confronto più aperto possibile.

Prenota il tuo posto QUI

 

Le donne al voto: un trekking archivistico tra carte e immagini

In occasione dell’ottantesimo anniversario del voto alle donne in Italia, la Fondazione Ivano Barberini, insieme a UDI Bologna, Archivio di storia delle donne e Centro Italiano Femminile di Bologna, promuove “Le donne al voto. Un itinerario tra carte e immagini”, un trekking archivistico dedicato alla storia della conquista di questo fondamentale diritto democratico.

L’iniziativa si terrà sabato 9 maggio 2026, con ritrovo alle ore 15 presso la Fondazione Ivano Barberini, in Via Mentana 2, a Bologna. Da lì il percorso proseguirà verso l’Archivio storico di UDI Bologna, in Via Castiglione 24, per concludersi all’Archivio di storia delle donne, in Via del Piombo 5.

Il trekking archivistico offrirà al pubblico un percorso documentale e iconografico attraverso testimonianze conservate nelle sedi bolognesi coinvolte. Carte, immagini e materiali d’archivio permetteranno di ripercorrere una storia che riguarda il diritto di voto, ma anche la più ampia conquista di cittadinanza, parola pubblica e partecipazione democratica da parte delle donne italiane.

L’iniziativa è inserita nel programma di Quante storie nella Storia 2026, la Settimana della didattica e dell’educazione al patrimonio in archivio, promossa in Emilia-Romagna da Regione Emilia-Romagna – Settore Patrimonio culturale, Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Emilia-Romagna e ANAI Emilia-Romagna. L’edizione 2026, in programma dal 4 al 10 maggio, celebra il suo 25° anniversario e coinvolge oltre 60 enti, con mostre, laboratori, visite guidate, seminari, presentazioni, trekking storico-archivistici e attività dedicate alla valorizzazione del patrimonio documentario.

“Le donne al voto” si inserisce pienamente in questo spirito: portare gli archivi fuori da un’idea polverosa di conservazione e restituirli come luoghi vivi, capaci di far dialogare memoria, educazione civile e futuro. Perché gli archivi non custodiscono soltanto ciò che è stato; custodiscono anche le prove di ciò che è stato conquistato, spesso con fatica, conflitto e intelligenza collettiva.

Informazioni pratiche

Titolo: Le donne al voto. Un itinerario tra carte e immagini
Data: sabato 9 maggio 2026
Ora: 15.00
Ritrovo: Fondazione Ivano Barberini, Via Mentana 2, Bologna
Percorso: Fondazione Barberini, Via Mentana 2; UDI Bologna, Via Castiglione 24; Archivio di storia delle donne, Via del Piombo 5
Promotori: Fondazione Ivano Barberini, UDI Bologna, Archivio di storia delle donne, Centro Italiano Femminile di Bologna
Contatti: info@fondazionebarberini.it — 051 23 13 13

Incertezza e imperfezione: abitare il cambiamento senza farsene paralizzare

Il nuovo libro di Piero Formica, pubblicato nella collana Trasformazioni della Fondazione Barberini in collaborazione con Pendragon, offre l’occasione per riflettere sugli effetti culturali, sociali e politici dell’incertezza in un tempo che cambia troppo in fretta.

Il libro Incertezza e imperfezione. Scienza, società e arte nell’economia, pubblicato nella collana Trasformazioni della Fondazione Barberini in collaborazione con Pendragon, offre l’occasione per tornare su una parola che descrive bene il nostro tempo: incertezza. Il volume di Piero Formica mette al centro proprio questo nodo, proponendo una riflessione che attraversa economia, innovazione, cultura e immaginazione.

Per la Fondazione Barberini non è un incontro casuale. Con Formica abbiamo già lavorato dentro il ciclo Transi≠ioni, nella giornata “Traiettorie dirompenti”, articolata in due laboratori dal titolo eloquente: “Imparare a disimparare” e “Ignoranza creativa”. Laboratori giocati d’anticipo rispetto a oggi dove l’incertezza non è soltanto una condizione da subire: è anche una prova culturale, cognitiva e politica.

Il punto, forse, è che l’incertezza non produce un solo effetto. Ne produce molti. E quasi mai innocui.

Produce innanzitutto freezing, immobilismo. Non sempre è un male: in una fase di mutamento profondo, il rallentamento può contenere perfino un principio di precauzione. Ma quando si prolunga troppo, smette di essere prudenza e diventa rinuncia. A quel punto non protegge: paralizza.

Produce poi mediocrità operativa. Il “buona la prima” non come logica del prototipo da migliorare, ma come forma mentale da checklist: fatto, spuntato, avanti il prossimo. In un tempo incerto, questa scorciatoia rassicura. Ma rassicura al ribasso.

L’incertezza induce anche al diversivo. Siccome è scomoda, la si aggira. Ci si distrae con ciò che è più seducente, più semplice, più immediatamente consumabile. A volte è attrazione verso altro; altre volte è una variante elegante dell’effetto struzzo: testa sotto la sabbia e via andare.

Poi c’è l’attendismo, che dell’immobilismo è la versione più consapevole e più presentabile. Non il blocco puro, ma il rinvio permanente. Non dice “non faccio”, dice “aspettiamo di capire meglio”. Formula spesso ragionevole, certo. Ma se diventa postura stabile, è solo un modo più colto di non decidere.

L’incertezza genera anche fatalismo. “Non ci posso fare niente”, “vada come vada”, “era destino”. Ma molte volte non è destino: è una profezia che si autoavvera. Si smette di agire, e poi si prende la propria inerzia come prova del fatto che nulla fosse possibile.

Da qui discende facilmente anche l’impotenza intesa non tanto come deficit di potere, ma come perdita di potenza nel senso più pieno del termine, ovvero quella energia soggettiva che trasforma le possibilità in realtà. E qui forse serve fermarsi un po’.
Perché l’incertezza sistemica non è solo instabilità, ma crisi dei modelli con cui leggiamo, valutiamo e orientiamo il mondo. Quando saltano gli strumenti di interpretazione, si ritrae la capacità strategica; e quando si ritrae la capacità strategica, il rischio viene scaricato sulla società, sui territori e infine sulle generazioni future.

L’effetto finale è forse il più grave: l’incertezza, se mal abitata, atrofizza il desiderio, le capacità trasformative e dunque il possibile. In altre parole: restringe il futuro prima ancora che il futuro arrivi.

Ed è qui che un libro come questo diventa utile. Non perché prometta false certezze, ma perché aiuta a distinguere tra la complessità che va attraversata e la rassegnazione che invece va combattuta. In tempi che cambiano troppo in fretta, imparare a stare nell’incertezza senza farsene colonizzare è già un gesto politico.

Del resto è proprio su questo crinale che la Fondazione Barberini prova da tempo a muoversi: tenendo insieme memoria e immaginazione, radici e trasformazione, archivio e futuro. Anche per questo l’incontro con Piero Formica, dentro il ciclo Transi≠ioni, non è stato episodico ma profondamente coerente: perché interrogare l’incertezza non significa subirla, ma farne materia di apprendimento, di ricerca e perfino di invenzione.

Riaprire futuro, in fondo, richiede anche questo: dismettere abitudini cognitive troppo rigide, lasciare spazio all’imperfetto, accettare che non tutto ciò che conta possa essere previsto in anticipo. È la lezione più scomoda, e forse per questo più importante, che attraversa anche il lavoro di Formica: imparare a disimparare.

Comunità energetiche: non manca la norma

C’è un equivoco che andrebbe finalmente archiviato. Sulle Comunità energetiche rinnovabili il problema italiano non è più la mancanza di riferimenti, né l’assenza di un quadro giuridico minimo. Il problema, oggi, è un altro: trasformare una normativa ormai abbastanza strutturata in pratica diffusa, veloce, leggibile e territorialmente accessibile. In altre parole: smettere di trattare la transizione energetica come una dichiarazione d’intenti e cominciare a considerarla una infrastruttura democratica.

È dentro questo passaggio che si colloca il compendio sulla legislazione delle Comunità energetiche in Italia pubblicato nella collana Conversazioni di Fondazione Barberini. Il documento è pensato come uno strumento di orientamento dentro una materia ampia, tecnica e ancora in evoluzione, ed è destinato a essere periodicamente aggiornato. Lo si può scaricare dal sito della Fondazione o nella versione periodicamente  aggiornata al link https://bit.ly/NormeCER.  

I contenuti sono stati curati da Giorgio Nanni di Legacoop e Jacopo Panico di ES comunicazione e sono il frutto di un lavoro congiunto tra Fondazione Barberini, Legacoop, Innovacoop, Banca Etica, Coopfond ed ES comunicazione. Non è un dettaglio di ringraziamento, ma il segno di un metodo: mettere insieme competenze cooperative, capacità di comunicazione, attenzione ai territori e visione di sistema.

Il compendio ricostruisce con chiarezza il percorso che ha portato le CER dentro l’ordinamento italiano. La traiettoria parte dal pacchetto europeo Clean Energy for All Europeans, passa per la direttiva RED II (2018/2001) e per la direttiva 2019/944, entra nel nostro ordinamento con il Milleproroghe 2020 e con l’articolo 42-bis, e trova un assetto più organico nel decreto legislativo 199/2021, che disciplina le configurazioni di autoconsumo e le comunità energetiche rinnovabili. A questo si aggiungono i provvedimenti attuativi, le regole del GSE, il TIAD di ARERA e il successivo decreto CACER, fino agli aggiornamenti del 2025 e ai recepimenti europei più recenti del 2026. Non siamo, insomma, davanti a un vuoto normativo. Siamo davanti a un cantiere aperto, sì, ma già molto più edificato di quanto spesso si racconti.

C’è poi un elemento che per il mondo cooperativo conta parecchio, e che il compendio mette bene a fuoco: le CER e la cooperazione condividono la stessa grammatica di fondo. Partecipazione aperta e volontaria, controllo democratico, benefici ambientali, economici e sociali prevalenti rispetto al profitto finanziario, ricadute territoriali e reinvestimento dei vantaggi nelle comunità. La normativa italiana non impone una forma giuridica unica, ma la cooperativa emerge come una delle forme più coerenti e naturali per tenere insieme mutualità, governance e durata. Non a caso, il GSE ha chiarito che tra le forme ammissibili rientrano anche le società cooperative e le cooperative imprese sociali.

Anche sul piano operativo il quadro si è consolidato. Oggi le CER possono condividere energia all’interno della cabina primaria; sugli impianti entrati in esercizio dal 16 dicembre 2021 è riconosciuta una tariffa incentivante ventennale sull’energia condivisa; i contributi PNRR sono stati rimodulati ed estesi ai Comuni fino a 50 mila abitanti; dal 1° aprile 2025 le CER sono ricondotte a uno specifico codice ATECO. Lo stesso compendio ricorda che Legacoop ha sostenuto la nascita di 62 CER cooperative. Tradotto: non siamo nel regno delle ipotesi, ma in quello di una possibilità concreta già praticata.

E allora perché la sensazione diffusa è ancora quella di una corsa col freno a mano tirato?
Perché il punto, appunto, non è più soltanto normativo. È politico e amministrativo.
Il nuovo report di
Legambiente,   descrive un Paese che continua a rallentare proprio dove dovrebbe accelerare. È la fotografia di una contraddizione molto italiana: riconoscere la centralità delle rinnovabili e, insieme, continuare a sottoporle a ritardi, ostacoli burocratici e freni istituzionali.

È qui che le CER diventano una questione ben più ampia di un dispositivo energetico. Diventano un test sul modello di Paese. Perché le comunità energetiche non servono solo a produrre e condividere energia. Servono a redistribuire capacità, ad abbassare soglie d’accesso, a costruire autonomia territoriale, a rendere la transizione meno oligopolistica e più civica. In questa prospettiva, raccogliere e ordinare la legislazione non è un esercizio notarile: è un pezzo di infrastruttura democratica. Significa rendere leggibile un campo che altrimenti rischia di restare disponibile soprattutto per chi dispone già di consulenti, strutture e competenze tecniche.

Per questo il compendio che pubblichiamo va letto per quello che è davvero: un primo rilascio di un lavoro più ampio, destinato a diventare un quaderno dedicato. Non una pubblicazione che chiude un discorso, ma uno strumento che lo apre. E che lo apre nel punto giusto: lì dove la cooperazione può contribuire a far crescere le CER non come eccezioni virtuose, ma come strutture durevoli della nuova economia dell’energia.
Del resto, come osserva il compendio nelle sue conclusioni, la questione non sarà più “fare le CER”, ma
farle crescere.