
Il 28 gennaio 2026, a Roma, Legacoop Lazio promuove una giornata di confronto dal titolo esplicito:
“Professione Cooperatore. Forum dei professionisti in cooperativa”.
Un appuntamento che intercetta una trasformazione profonda del lavoro contemporaneo e pone una domanda che non è più rinviabile: la cooperazione può tornare a essere una forma pienamente attuale di organizzazione del lavoro professionale e della conoscenza?
Il titolo dell’iniziativa richiama una parola antica e sorprendentemente attuale: Beruf.
In Max Weber, Beruf indica insieme professione e vocazione: il lavoro come scelta di senso, come responsabilità sociale, come collocazione consapevole dentro un orizzonte collettivo. Una categoria che oggi torna utile per leggere un presente in cui il lavoro tende invece a frammentarsi, individualizzarsi e precarizzarsi.
Il disagio, infatti, non riguarda più soltanto i mondi tradizionali della fatica materiale. Coinvolge sempre più ciò che Marx avrebbe chiamato general intellect: lavoratori e lavoratrici della conoscenza sociale, culturale, ambientale, tecnologica e artistica. Un fronte ampio ed eterogeneo, destinato ad allargarsi ulteriormente con la diffusione dell’intelligenza artificiale.
In questo quadro, le analisi di Raffaele Alberto Ventura offrono strumenti interpretativi particolarmente efficaci. In Teoria della classe disagiata e nel più recente La conquista dell’infelicità, Ventura mostra come una parte crescente di persone competenti, istruite e spesso creative viva una condizione di fragilità non per carenze individuali, ma per effetto di assetti sociali che hanno dissolto le forme collettive di protezione, riconoscimento e organizzazione del lavoro. Come l’autore ribadisce anche in diverse interviste, la promessa di autorealizzazione individuale ha finito per sostituire strutture condivise, lasciando molti soli di fronte a problemi estremamente concreti: reddito, stabilità, tempo di vita, possibilità di progettare il futuro.
Se questa è la diagnosi, allora la questione non è solo comprendere il disagio, ma ricostruire forme collettive capaci di trasformarlo in organizzazione, lavoro e futuro condiviso. È qui che la cooperazione mostra tutta la sua attualità: non come risposta ideologica, ma come infrastruttura economica e sociale concreta. Oggi questo accade quando scrittori, traduttori, giornalisti, ricercatori, programmatori, progettisti digitali e artisti di ogni genere scelgono di associarsi in cooperative di lavoro; quando nelle periferie urbane o nelle aree montane nascono cooperative di comunità che tengono insieme servizi essenziali, cultura e presidio territoriale; quando cittadini e produttori sperimentano forme di Comunità a Supporto dell’Agricoltura (CSA); quando imprese in crisi vengono salvate dai lavoratori attraverso operazioni di Workers Buyout; quando prendono forma neomutualismi inediti, capaci di rispondere a bisogni nuovi con strumenti cooperativi adattati al presente.
In tutti questi casi, non si tratta di nostalgia né di ritorni al passato. Si tratta di moltitudini che costruiscono nuove forme del fare, rimettendo al centro il fattore CO-: necessario per re-imparare a coordinarsi, collaborare, cooperare in fondo per coesistere in modo dignitoso e sostenibile.
Forse è tempo di smettere di inseguire ossessivamente la “realizzazione di sé” come individui isolati e di tornare a pensare alla realizzazione di noi stessi come comunità di pratica capace di agire insieme. E poi magari fondare una cooperativa che è innanzitutto la forma di impresa che una comunità si dà e non un business plan che talvolta si accorge di avere una comunità.
Non serve lamentarsi per un tempo perduto che non tornerà.
Serve organizzarsi per ridiventare comunità.
La cooperazione è quella tecnologia appropriata sia economica che sociale e ambientale che può fare la sua parte.
