Incertezza e imperfezione: abitare il cambiamento senza farsene paralizzare

Il nuovo libro di Piero Formica, pubblicato nella collana Trasformazioni della Fondazione Barberini in collaborazione con Pendragon, offre l’occasione per riflettere sugli effetti culturali, sociali e politici dell’incertezza in un tempo che cambia troppo in fretta.

Il libro Incertezza e imperfezione. Scienza, società e arte nell’economia, pubblicato nella collana Trasformazioni della Fondazione Barberini in collaborazione con Pendragon, offre l’occasione per tornare su una parola che descrive bene il nostro tempo: incertezza. Il volume di Piero Formica mette al centro proprio questo nodo, proponendo una riflessione che attraversa economia, innovazione, cultura e immaginazione.

Per la Fondazione Barberini non è un incontro casuale. Con Formica abbiamo già lavorato dentro il ciclo Transi≠ioni, nella giornata “Traiettorie dirompenti”, articolata in due laboratori dal titolo eloquente: “Imparare a disimparare” e “Ignoranza creativa”. Laboratori giocati d’anticipo rispetto a oggi dove l’incertezza non è soltanto una condizione da subire: è anche una prova culturale, cognitiva e politica.

Il punto, forse, è che l’incertezza non produce un solo effetto. Ne produce molti. E quasi mai innocui.

Produce innanzitutto freezing, immobilismo. Non sempre è un male: in una fase di mutamento profondo, il rallentamento può contenere perfino un principio di precauzione. Ma quando si prolunga troppo, smette di essere prudenza e diventa rinuncia. A quel punto non protegge: paralizza.

Produce poi mediocrità operativa. Il “buona la prima” non come logica del prototipo da migliorare, ma come forma mentale da checklist: fatto, spuntato, avanti il prossimo. In un tempo incerto, questa scorciatoia rassicura. Ma rassicura al ribasso.

L’incertezza induce anche al diversivo. Siccome è scomoda, la si aggira. Ci si distrae con ciò che è più seducente, più semplice, più immediatamente consumabile. A volte è attrazione verso altro; altre volte è una variante elegante dell’effetto struzzo: testa sotto la sabbia e via andare.

Poi c’è l’attendismo, che dell’immobilismo è la versione più consapevole e più presentabile. Non il blocco puro, ma il rinvio permanente. Non dice “non faccio”, dice “aspettiamo di capire meglio”. Formula spesso ragionevole, certo. Ma se diventa postura stabile, è solo un modo più colto di non decidere.

L’incertezza genera anche fatalismo. “Non ci posso fare niente”, “vada come vada”, “era destino”. Ma molte volte non è destino: è una profezia che si autoavvera. Si smette di agire, e poi si prende la propria inerzia come prova del fatto che nulla fosse possibile.

Da qui discende facilmente anche l’impotenza intesa non tanto come deficit di potere, ma come perdita di potenza nel senso più pieno del termine, ovvero quella energia soggettiva che trasforma le possibilità in realtà. E qui forse serve fermarsi un po’.
Perché l’incertezza sistemica non è solo instabilità, ma crisi dei modelli con cui leggiamo, valutiamo e orientiamo il mondo. Quando saltano gli strumenti di interpretazione, si ritrae la capacità strategica; e quando si ritrae la capacità strategica, il rischio viene scaricato sulla società, sui territori e infine sulle generazioni future.

L’effetto finale è forse il più grave: l’incertezza, se mal abitata, atrofizza il desiderio, le capacità trasformative e dunque il possibile. In altre parole: restringe il futuro prima ancora che il futuro arrivi.

Ed è qui che un libro come questo diventa utile. Non perché prometta false certezze, ma perché aiuta a distinguere tra la complessità che va attraversata e la rassegnazione che invece va combattuta. In tempi che cambiano troppo in fretta, imparare a stare nell’incertezza senza farsene colonizzare è già un gesto politico.

Del resto è proprio su questo crinale che la Fondazione Barberini prova da tempo a muoversi: tenendo insieme memoria e immaginazione, radici e trasformazione, archivio e futuro. Anche per questo l’incontro con Piero Formica, dentro il ciclo Transi≠ioni, non è stato episodico ma profondamente coerente: perché interrogare l’incertezza non significa subirla, ma farne materia di apprendimento, di ricerca e perfino di invenzione.

Riaprire futuro, in fondo, richiede anche questo: dismettere abitudini cognitive troppo rigide, lasciare spazio all’imperfetto, accettare che non tutto ciò che conta possa essere previsto in anticipo. È la lezione più scomoda, e forse per questo più importante, che attraversa anche il lavoro di Formica: imparare a disimparare.