“Imprese recuperate e imprese cooperative”: Bologna riflette sui workers buyout

Il 6 febbraio 2026 si terrà presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche “A. Cicu” dell’Università di Bologna il workshop “Imprese recuperate e imprese cooperative – Analisi e riflessioni”
Si tratta di un’iniziativa che si inserisce in un contesto economico e industriale in cui il Workers Buyout (WBO) emerge sempre più come strumento strutturale di politica industriale, non come soluzione residuale alle crisi. E rappresenta un interessante modello che, partendo dalla crisi o dall’assenza di successori, consente ai lavoratori di rilevare e rigenerare l’attività attraverso forme cooperative democratiche.

Il Workers Buyout in Italia rappresenta un modello strutturato di rigenerazione d’impresa, sostenuto da un impianto normativo, finanziario e cooperativo tra i più avanzati in Europa.
Lo conferma lo studio “ESF+ Study on Workers’ Buyout – Italy. Country Report” (aprile 2025), realizzato nell’ambito del programma fi-compass con il supporto della Commissione Europea e della Banca Europea per gli Investimenti, e curato da un consorzio di ricerca che include l’ Area Studi Legacoop, con il contributo diretto di Andrea Cori.
Il rapporto si inserisce in un’analisi comparata europea (Italia, Francia, Spagna e Slovenia) con un obiettivo chiaro: rafforzare la capacità delle autorità pubbliche di utilizzare le risorse ESF+ a sostegno dei Workers Buyout.

Un fenomeno di lunga durata, non marginale

Dal 1985, anno di introduzione della Legge Marcora, in Italia sono stati mappati 342 Workers Buyout, che hanno coinvolto oltre 10.000 lavoratrici e lavoratori.
Secondo il database Areastudi Legacoop richiamato dal rapporto:

  • circa il 38% dei WBO risulta ancora attivo,

  • con una vita media di 18 anni per le cooperative nate prima della riforma del 2001,

  • e un tasso di sopravvivenza che sale al 71% per quelle costituite dopo la riforma.

La distribuzione territoriale mostra una forte concentrazione nel Centro-Nord, in particolare in Emilia-Romagna, Marche e Umbria, mentre il Mezzogiorno – pur presentando maggiore fragilità occupazionale – resta sottorappresentato.

Settori, dimensioni e caratteristiche

Oltre l’80% dei WBO italiani opera nel manifatturiero, soprattutto nei comparti del Made in Italy (ceramica, meccanica, cavi industriali, agroalimentare), con una prevalenza di PMI sotto i 100 milioni di euro di fatturato.
Il tratto distintivo non è il settore in sé, ma:

  • l’elevato know-how dei lavoratori,

  • il radicamento territoriale,

  • la possibilità di riconvertire competenze esistenti in governance cooperativa.

In Italia, i WBO assumono esclusivamente forma cooperativa, con modelli di gestione democratica (una testa, un voto) e una combinazione di capitale dei soci lavoratori, fondi mutualistici e finanza pubblica.

Un ecosistema finanziario unico in Europa

Il rapporto ESF+ descrive un sistema articolato di sostegno:

Tra il 2011 e il 2022, CFI ha sostenuto 92 operazioni di WBO, investendo 45,9 milioni di euro.
Un’analisi di impatto citata nel rapporto mostra che 33 WBO finanziati con 6,3 milioni di euro di risorse pubbliche hanno generato 144 milioni di euro di entrate fiscali in dieci anni, con un ritorno per la finanza pubblica pari a 23 volte l’investimento iniziale.

Casi studio: Greslab, Italcables, Birrificio Messina

Il rapporto approfondisce tre casi emblematici:

  • Greslab (Emilia-Romagna), ceramica conto terzi nel distretto di Sassuolo, oggi con oltre 20 milioni di euro di fatturato e occupazione in crescita;

  • Italcables (Campania), manifattura pesante, 32 milioni di euro di fatturato e 57 addetti, esempio di WBO possibile anche in settori capital-intensivi;

  • Birrificio Messina (Sicilia), caso di rigenerazione industriale e comunitaria, con forte coinvolgimento territoriale e crescita costante.

Tre storie diverse, una lezione comune: la cooperazione dei lavoratori può essere economicamente solida, socialmente radicata e industrialmente credibile.

I nodi aperti e le policy raccomandate

Accanto ai punti di forza, lo studio individua criticità strutturali:

  • difficoltà di accesso al credito fuori dal circuito cooperativo,

  • mancanza di risorse dedicate agli studi di fattibilità,

  • limiti della Legge Marcora, ancora troppo legata alla sola crisi d’impresa.

Tra le raccomandazioni principali:

  • estendere il WBO anche ai passaggi generazionali,

  • utilizzare in modo più sistematico ESF+ per strumenti finanziari e assistenza tecnica,

  • combinare prestiti, garanzie e grant,

  • rafforzare il ruolo di InvestEU ed EIF per attrarre capitali privati.

Una traiettoria chiara

Il Rapporto ESF+ consegna un messaggio netto:
in Italia il Workers Buyout non è un esperimento, ma una politica industriale cooperativa già funzionante, che può essere scalata, migliorata e orientata alle transizioni giuste.

A condizione di fare ciò che la cooperazione sa fare meglio: organizzare competenze, condividere rischio, costruire futuro.