C’è un equivoco che andrebbe finalmente archiviato. Sulle Comunità energetiche rinnovabili il problema italiano non è più la mancanza di riferimenti, né l’assenza di un quadro giuridico minimo. Il problema, oggi, è un altro: trasformare una normativa ormai abbastanza strutturata in pratica diffusa, veloce, leggibile e territorialmente accessibile. In altre parole: smettere di trattare la transizione energetica come una dichiarazione d’intenti e cominciare a considerarla una infrastruttura democratica.
È dentro questo passaggio che si colloca il compendio sulla legislazione delle Comunità energetiche in Italia pubblicato nella collana Conversazioni di Fondazione Barberini. Il documento è pensato come uno strumento di orientamento dentro una materia ampia, tecnica e ancora in evoluzione, ed è destinato a essere periodicamente aggiornato. Lo si può scaricare dal sito della Fondazione o nella versione periodicamente aggiornata al link https://bit.ly/NormeCER.
I contenuti sono stati curati da Giorgio Nanni di Legacoop e Jacopo Panico di ES comunicazione e sono il frutto di un lavoro congiunto tra Fondazione Barberini, Legacoop, Innovacoop, Banca Etica, Coopfond ed ES comunicazione. Non è un dettaglio di ringraziamento, ma il segno di un metodo: mettere insieme competenze cooperative, capacità di comunicazione, attenzione ai territori e visione di sistema.
Il compendio ricostruisce con chiarezza il percorso che ha portato le CER dentro l’ordinamento italiano. La traiettoria parte dal pacchetto europeo Clean Energy for All Europeans, passa per la direttiva RED II (2018/2001) e per la direttiva 2019/944, entra nel nostro ordinamento con il Milleproroghe 2020 e con l’articolo 42-bis, e trova un assetto più organico nel decreto legislativo 199/2021, che disciplina le configurazioni di autoconsumo e le comunità energetiche rinnovabili. A questo si aggiungono i provvedimenti attuativi, le regole del GSE, il TIAD di ARERA e il successivo decreto CACER, fino agli aggiornamenti del 2025 e ai recepimenti europei più recenti del 2026. Non siamo, insomma, davanti a un vuoto normativo. Siamo davanti a un cantiere aperto, sì, ma già molto più edificato di quanto spesso si racconti.
C’è poi un elemento che per il mondo cooperativo conta parecchio, e che il compendio mette bene a fuoco: le CER e la cooperazione condividono la stessa grammatica di fondo. Partecipazione aperta e volontaria, controllo democratico, benefici ambientali, economici e sociali prevalenti rispetto al profitto finanziario, ricadute territoriali e reinvestimento dei vantaggi nelle comunità. La normativa italiana non impone una forma giuridica unica, ma la cooperativa emerge come una delle forme più coerenti e naturali per tenere insieme mutualità, governance e durata. Non a caso, il GSE ha chiarito che tra le forme ammissibili rientrano anche le società cooperative e le cooperative imprese sociali.
Anche sul piano operativo il quadro si è consolidato. Oggi le CER possono condividere energia all’interno della cabina primaria; sugli impianti entrati in esercizio dal 16 dicembre 2021 è riconosciuta una tariffa incentivante ventennale sull’energia condivisa; i contributi PNRR sono stati rimodulati ed estesi ai Comuni fino a 50 mila abitanti; dal 1° aprile 2025 le CER sono ricondotte a uno specifico codice ATECO. Lo stesso compendio ricorda che Legacoop ha sostenuto la nascita di 62 CER cooperative. Tradotto: non siamo nel regno delle ipotesi, ma in quello di una possibilità concreta già praticata.
E allora perché la sensazione diffusa è ancora quella di una corsa col freno a mano tirato?
Perché il punto, appunto, non è più soltanto normativo. È politico e amministrativo.
Il nuovo report di Legambiente, descrive un Paese che continua a rallentare proprio dove dovrebbe accelerare. È la fotografia di una contraddizione molto italiana: riconoscere la centralità delle rinnovabili e, insieme, continuare a sottoporle a ritardi, ostacoli burocratici e freni istituzionali.
È qui che le CER diventano una questione ben più ampia di un dispositivo energetico. Diventano un test sul modello di Paese. Perché le comunità energetiche non servono solo a produrre e condividere energia. Servono a redistribuire capacità, ad abbassare soglie d’accesso, a costruire autonomia territoriale, a rendere la transizione meno oligopolistica e più civica. In questa prospettiva, raccogliere e ordinare la legislazione non è un esercizio notarile: è un pezzo di infrastruttura democratica. Significa rendere leggibile un campo che altrimenti rischia di restare disponibile soprattutto per chi dispone già di consulenti, strutture e competenze tecniche.
Per questo il compendio che pubblichiamo va letto per quello che è davvero: un primo rilascio di un lavoro più ampio, destinato a diventare un quaderno dedicato. Non una pubblicazione che chiude un discorso, ma uno strumento che lo apre. E che lo apre nel punto giusto: lì dove la cooperazione può contribuire a far crescere le CER non come eccezioni virtuose, ma come strutture durevoli della nuova economia dell’energia.
Del resto, come osserva il compendio nelle sue conclusioni, la questione non sarà più “fare le CER”, ma farle crescere.

